LA FATTORIA DI NONNA PAPERA


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L'amica

Racconti

L'AMICA
(di Giuseppe Spiotta)



Ormai l’estate era finita. Anche l’ultima famigliola di turisti era partita in un giorno di pioggia che sembrava voler rendere meno triste la fine delle vacanze.
Erano partiti di buon’ora, con la macchina stracolma di bagagli, dopo aver preso un cappuccino nel piccolo bar della piazzetta e salutato, con la promessa di ritornare presto, la proprietaria del bar, che era anche la padrona dell’appartamento dove avevano trascorso un intero mese, proprio di fronte al mare. Con la pioggia tornava la quiete nel piccolo borgo. I giorni ripresero a scorrere silenziosi e la spiaggia, che sino a qualche giorno prima brulicava di vita punteggiata da sdraio e ombrelloni, ritrovava il suo colore naturale e il silenzio.
Il bar-trattoria del porto tornò ad essere frequentato dalla gente del borgo che per tutto il periodo estivo sembrava volatilizzarsi, fatta eccezione per alcuni pescatori e i gestori dei due bar e della pizzeria, figure note e sempre in primo piano nelle attività di “animazione turistica” che consistevano nel gran ballo di Ferragosto sulla spiaggia, con grigliata di pesce, vino e fuochi d’artificio.
Il bar-trattoria era l’unico, dei due locali, che restava aperto anche nel periodo invernale e, alla sera, nel locale, si svolgevano accanite partite di briscola e scopone tra gli avventori che, per un certo periodo, commentavano allegramente gli avvenimenti più singolari accaduti nell’estate appena trascorsa. Poi i loro discorsi si sarebbero spostati sul calcio e la pesca e verso la fine della primavera avrebbero fatto, come ogni anno, le previsioni sull’estate ormai prossima durante la quale si sarebbero trasformati in divertiti spettatori pronti a gustarsi tutto lo spettacolo che i turisti venivano a rappresentare gratis, anzi pagando, per essere visti.
In questo inizio d’autunno avevano da commentare, per l’ennesima volta e sempre in modo diverso, l'atto eroico di Peppino “il tedesco”, chiamato così perché aveva, in gioventù, lavorato in Svizzera come cameriere, che aveva salvato da “sicuro annegamento” un turista che nel fare il bagno di mezzanotte si era dimenticato, a causa del buon vino, di non saper nuotare. Altro argomento, per qualche tempo, sarebbe stato quello del gentil sesso, delle forme abbondantemente esposte e messe in evidenza dalle avvenenti villeggianti, alcune delle quali in verità non più in giovane età. Poi, trascorsi i primi giorni di calda eccitazione, tutti i discorsi sarebbero tornati nella normalità della vita che riprendeva a scorrere nella tranquilla consuetudine.
Era già buio quando il padrone del bar-trattoria, guardando dalla porta del locale verso la spiaggia, vide le finestre della villetta, che sorgeva sullo sperone di roccia che dominava la piccola baia, illuminate.
Tornando nel locale a voce alta, rivolgendosi ai pochi avventori, annunciò che era tornata.
“E’ tornata l’amica di Romeo”.
“E’ proprio strana” commentò un cliente intento a fissare il suo bicchiere di vino.
“Lei viene quando tutti gli altri vanno”.
Non si capì il perché ma quel commento scatenò l’ilarità dei presenti.
“Dov’è Romeo? Sarà contento, quel fortunato bastardo”.
Il vero nome di Romeo era Tom, ma come tutti nel borgo, anche lui aveva un soprannome.
Romeo aveva visto per primo quelle finestre illuminarsi ma si guardò bene dal correre subito verso la casa. Conosceva bene le abitudini di lei, l’avrebbe aspettata sulla spiaggia l'indomani di mattino presto. E fu così.
L’alba era sorta da poco quando scorse la sua figura che si muoveva lenta, quasi senza peso, sul bagnasciuga. Il mare era calmo, immobile ed aveva lo stesso colore del cielo dell’inizio d’autunno.
Su tutto una luce irreale armonizzava i colori rendendoli morbidi. La spiaggia, che aveva perso il colore acceso dell’estate, sembrava un morbido drappo di velluto color crema. Su quel drappo si muoveva lei, con passo leggero.
Romeo guardò a lungo quella figura prima di correrle incontro. Indossava un vecchio paio di blue-jeans ed un maglione larghissimo, che le arrivava sin quasi alle ginocchia e dalle lunghe maniche spuntavano solo le dita delle belle mani. Era scalza e lasciava delle piccole orme sulla sabbia.
I lunghi capelli ondulati ondeggiavano ad ogni suo passo, a lui sembrò che quella macchia ramata fosse l’unica nota di colore in quell’alba.
Il colore dei capelli faceva risaltare ancora di più il candore del suo viso e gli occhi. Romeo era attratto dai suoi occhi.

Lei continuava a camminare lentamente, assorta, con la testa china e, raccolto un rametto, iniziò a tracciare sulla sabbia dei segni che, dopo aver guardato con attenzione, cancello con il piede.
Romeo non attese oltre. Quasi ululando le corse incontro con il cuore in tumulto.
Lei lo vide e spalancò le braccia per accoglierlo correndogli a sua volta incontro. Nei suoi occhi si poteva leggere la gioia.
“Sei qui, sei qui, sapevo di trovarti”.
E mentre lo abbracciava continuava a ripetere:
“Oh, caro ... caro ... caro ... sapessi quanto mi sei mancato, caro ... caro ... sei il mio unico amico fedele. Ho tante cose da raccontarti, sì! Proprio tante”.
Romeo respirò profondamente, stretto in quell’abbraccio. Il profumo di lei sembrò riempirgli tutto lo spirito. Amava quel profumo che lo turbava, lo avrebbe riconosciuto tra mille e mille altri, di questo ne era certo.
Poi lei tacque e lo liberò dal suo abbraccio e riprese lentamente a camminare con lui accanto. E per qualche minuto, che a Romeo sembrò eterno, non disse una parola.
“... Sì, ho tante cose da raccontarti, ma non so da dove cominciare. Ma che importanza ha l’inizio. So che tu comprenderai ugualmente. A te posso dire tutto. Ed è quello che farò. Sei l’unico essere al quale posso aprire il mio cuore”.
Romeo ascoltava il suono della voce di lei con attenzione. Era trascorso molto tempo dal loro ultimo incontro, ed ora voleva godersi ogni attimo che avrebbe trascorso al suo fianco.
Anche questa volta sarebbe giunto il momento del distacco e già sentiva che quel momento incombeva minaccioso minando la sua gioia.
Quell’ombra lo rattristava e fece un vero sforzo per allontanare quel pensiero e vivere, come fece, nella gioia più piena tutti i giorni che lei restò nel borgo.
Inevitabilmente quel momento, tanto temuto, giunse. Più che un addio fu, da parte di lei, una solenne promessa.
“Tornerò presto, molto presto, stai tranquillo, tornerò prima che tu possa immaginare, sto bene qui ”.
La sera del distacco lui rimase solo. Non sentiva il bisogno di compagnia. Riviveva le emozioni dei giorni trascorsi con lei impresse nella sua mente. Era molto triste.
Si sdraiò sul maglione che lei aveva lasciato e ancora una volta si perse nel suo profumo.
La sera dopo, a piccoli passi, si diresse verso il bar-trattoria del porto. Entrò lentamente guardando a destra e a sinistra per verificare se tra i presenti ci fosse qualche sconosciuto ma vide solo visi noti. Fu accolto da una vera ovazione. Tutti i presenti al suo apparire iniziarono a chiamarlo.
“Romeo, vecchia canaglia, dove ti eri cacciato?”.
Avrebbero tutti continuato a chiamarlo Romeo, anche se il suo nome, Tom, faceva bella mostra di sé inciso a grandi lettere sulla targhetta del collare.
“Vieni qui, Romeo, c’è un buon piatto di polpette che ti aspetta” gli disse il proprietario del bar-trattoria.
“Ti abbiamo visto tutti con la tua amica, hai proprio buon gusto. E’ proprio un grande amore, vero Romeo?”.
Tra carezze e manate raggiunse il suo posto abituale sotto il trespolo della televisione. Si accovacciò, non aveva voglia di mangiare ora, si sdraiò e messo il muso tra le zampe pensò:
"Mi vogliono veramente bene, è bello avere degli amici"
e si addormentò felice.


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