LA FATTORIA DI NONNA PAPERA


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Il rubacuori

Racconti

IL RUBACUORI
(di Giuseppe Spiotta)


Non poteva certamente negarlo. Ne era stata conquistata nell'attimo stesso in cui per la prima volta l'aveva visto attraversare il prato.
Era bellissimo. Notò la sua costituzione robusta, il passo armonioso, ma quello che la colpì di più furono gli occhi. Sentì un tuffo al cuore quando i loro sguardi si incontrarono per la prima volta.
Ancora non si spiegava perché in quel momento finse indifferenza mentre in verità avrebbe voluto stringerlo tra le braccia.
Lo osservò per alcuni giorni cercando di non farsi notare. Voleva scoprire qualche particolare che l'aiutasse a rispondere alle molte domande che si affollavano nella sua mente; da dove veniva? Viveva con qualcuno? Era libero?
Fece qualche domanda ai vicini, con discrezione, cercando di non far trasparire troppo la sua curiosità, ma nessuno sapeva molto di lui.
Sì certo, erano tutti d'accordo, era molto bello, sembrava quasi superbo. Una vicina arrivò a fare delle supposizioni sulla sua provenienza e sul suo carattere che, diceva, doveva essere molto difficile. "Non parliamo poi di fidanzate" aggiunse con un tono che a lei sembrò acido, "dev'essere il classico rubacuori. Vedrà, vedrà, tra qualche tempo ne sentiremo delle belle su quel Casanova."
Si convinse che quella vecchia zitella parlasse così perché lui non l'aveva neanche degnata di uno sguardo, mentre lei aveva senz'altro fatto di tutto per avvicinarlo.
Più i giorni passavano e più cresceva in lei il desiderio di poterlo accarezzare. Era arrivata a sognare di tenerlo tra le braccia e questo sembrò convincerla che ormai era il momento di agire; doveva assolutamente avvicinarlo, fare la sua conoscenza, doveva prima di tutto farsi notare, insomma era arrivato il momento di mettersi in mostra.
"E' ridicolo - pensò - ma non c'é altro sistema."
Uscì di casa e percorse il breve tratto che separava il cancelletto della sua villetta dalla prima panchina del prato condominiale, guardandosi intorno. Si sedette, consapevole che l'attesa avrebbe potuto essere lunga, ma certa che sarebbe passato. La sua costanza fu premiata. Dopo circa una decina di minuti lo vide arrivare dal vialetto.
Camminava con passo lento, sembrava assorto in chi sa quali pensieri. Si trattenne dall'alzarsi per andargli incontro, sentiva il suo cuore battere più forte ed ecco che inaspettatamente fu lui ad avvicinarsi e ... la sua vita cambiò.
Erano trascorsi ormai molto mesi da quel magico momento e pur vivendo praticamente insieme lui aveva continuato a mantenere la sua indipendenza. A volte la sua indifferenza o l'aria distratta che assumeva in certi momenti la esasperavano.
"E' impossibile che non provi affetto per me, e allora perché non lo dimostra? E' un bastardo, come tutti i maschi, un presuntuoso bastardo."
Ma poi bastava un suo approccio sornione, quello strano modo di strofinare la testa contro la sua, uno sguardo, un attimo di tenerezza e tutto veniva dimenticato.
Non sapeva resistergli, finiva sempre con il perdonarlo.
Quel giorno aveva piovuto sin da quando lui era uscito da casa, verso le otto del mattino. Continuava a piovere incessantemente e quel tempo aveva una influenza negativa sul suo umore rendendola malinconica e particolarmente suscettibile.
Guardò per l'ennesima volta l'orologio, mancavano pochi minuti a mezzanotte e ancora non era rientrato.
"Ha proprio deciso di farmi impazzire, ora sta esagerando! Ma dove sarà andato a finire? Meriterebbe che lo lasciassi fuori di casa."
Continuava a parlare a voce alta spostandosi in continuazione dalla finestra della cucina, che dava sul retro della villetta, alla porta finestra della sala che si affacciava sul vialetto d'ingresso.
"Devo accendere i faretti del cancello e i lampioncini del vialetto, c'é troppo buio, non si vede assolutamente nulla. Se almeno smettesse di piovere. Santo cielo, speriamo che non gli sia successo niente, non ha mai tardato tanto, a parte quell'orribile notte che tornò ferito."
Le tornarono in mente quei momenti d'angoscia. Ricordò la folle corsa in auto nella disperata ricerca di un medico con lui sul sedile accanto che respirava a fatica, sanguinante, con una brutta ferita sulla testa.
"Se quel mascalzone crede di poter continuare a fare i suoi comodi lasciandomi in questo stato si sbaglia, adesso mi sono stancata ."
Continuava nel suo monologo, con l'ansia che le cresceva dentro.
Lo immaginava gravemente ferito, disteso sull'asfalto sotto la pioggia, senza un aiuto.
"Dio mio, ti prego, fallo tornare sano. Dovrei essere io ad ucciderlo per quello che mi sta facendo passare."
Ma non c'era rabbia in lei, solo paura, preoccupazione, ansia, una miscela di sentimenti che, come una grande mano, le stringeva lo stomaco. Eppure sapeva benissimo che al suo ritorno non sarebbe stata capace di trattarlo male, come si riprometteva e minacciava, quella stretta allo stomaco improvvisamente si sarebbe allentata non appena sarebbe stato tra le sue braccia.
Poi lo vide sbucare dal buio sul vialetto, si precipitò alla porta d'ingresso, incurante della pioggia che scrosciava, per corrergli incontro e stringendolo finalmente forte al petto sentì che, come per incanto, l'angoscia l'abbandonava.
Era letteralmente bagnato come una spugna intrisa d'acqua.
"Pussy, brutta canaglia, é questa l'ora di rientrare?".
Lui rispose con un lungo "Miaooo."


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