LA FATTORIA DI NONNA PAPERA


Vai ai contenuti

Il desiderio di solitudine

Racconti

IL DESIDERIO DI SOLITUDINE
(di Giuseppe Spiotta)


Com'era triste quel giardino. L'inverno sembrava avere steso su tutto un freddo velo grigio che aveva cancellato anche il delicato colore delle ultime foglie d'autunno. Il sole, quel giorno, era particolarmente pallido, sembrava avere perso il sorriso, quel luminoso caldo sorriso capace di riempire l'intero giorno di voci, d'allegria, di voglia di vivere. Ora tutto era silenzio. I rari suoni giungevano ovattati come se non volessero disturbare la natura immersa in un profondo e misterioso sonno. Lei si sentiva strana, insoddisfatta, e particolarmente triste.
Non c'era nulla che attirasse la sua attenzione.
Desiderava solo, come stava facendo, abbandonarsi alla melanconia dei ricordi, ma forse non era neanche quello il suo vero desiderio. Sentiva di volere semplicemente restare sola, su quella comoda poltrona nella veranda, avvolta nel caldo plaid, nel silenzio, con lo sguardo perso in quel decadente giardino dai colori morenti, non più capaci di regalare un guizzo di luce.
Forse era questo che realmente desiderava, restare in silenzio, per udire i suoi pensieri, tutti e nessuno in particolare. Aveva iniziato a vagare leggera tra le confuse immagini che i ricordi proiettavano nella sua mente come su un bianco schermo.
Senza soffermarsi su nessuna di esse, riuscì lentamente ad annullarle, a farle dissolvere, fino a farle sparire completamente dall'immaginario schermo.
In un'assoluta immobilità, con i bellissimi occhi verdi socchiusi, assorbiva con voluttà quel tiepido raggio di sole che, filtrando tra i secchi rami del glicine, sembrava accarezzarla.
La sua mente aveva raggiunto uno stato di completa beatitudine e sentiva che tutto il suo essere, ora che aveva liberato la mente, era predisposto al raccoglimento più profondo, alla meditazione per raggiungere l'io. Si sentiva magnificamente bene. Non poteva desiderare di meglio.
Ma tutto questo non durò che lo spazio di un sogno.
Si sentì chiamare. Uscì dal suo torpore. Vide venire verso lei l'inconfondibile sagoma di quella che tutti chiamavano "Signorina", una non più giovanissima donna, infagottata in una pesante vestaglia con uno scialle di lana sulle spalle.
Come al solito la Signorina sorrideva, cambiava voce nel rivolgersi a lei, come se fosse una piccola stupida bambina.
Certamente era una carissima persona alla quale era molto affezionata, piena d'attenzione, persino eccessiva nelle sue manifestazioni d'affetto.

"Senti! Senti che cosa sto leggendo su questo libro, andrebbe bene per te che sei capace di stare per ore in meditazione:

- Il cambiamento è una forza inosservabile, ma molto potente. Trasporta Cielo e Terra verso il nuovo, strappa montagne e colline da ciò che è vecchio.
- Il vecchio non sosta un attimo, ma immediatamente diventa nuovo.
- Tutte le cose continuano a cambiare.
- Tutto ciò che incontriamo inavvertitamente se ne va.
- Noi stessi in passato eravamo diversi da quanto siamo ora.
- Noi dobbiamo proseguire oltre il presente, non possiamo trattenerci ancora>.

Io non ho capito niente e tu?"

Lei reagì in un modo selvaggio. Capiva la solitudine di quella donna, il suo desiderio di avere accanto un essere vivente per poter parlare, forse per udire la sua stessa voce, che l'aiutasse a sopportare e rendere meno penosa quella perenne solitudine, ma possibile che non riuscisse a comprendere che anche lei, qualche volta, aveva bisogno del suo spazio?
Era arrivata proprio in un momento sbagliato con le sue letture, proprio quando sentiva, grazie anche a quei colori smorzati, a quella quiete e all'assoluta immobilità del corpo e della mente, di essere riuscita a catturare, nella fessura dei suoi stupendi occhi, il momento in cui il Tempo, stanco della sua eternità e del continuo divenire, si concede una tregua, rimanendo sospeso per un attimo indefinito, tra la vita e la morte.
Con un balzo saltò dalla poltrona rifugiandosi su un basso mobile che era nella veranda.

"Minoù, Minoù, ma cosa ti è successo? Non ti avrò mica schiacciato nel sedermi accanto a te?"

La Signorina, che si era alzata dalla poltrona, si avvicinava continuando a parlarle con un tono mesto, preoccupato.
Odiava quello stupido nome che le aveva messo per via della sua piccola corporatura.
La vide arrivare, era ormai a pochi passi dal mobile.
Tra un istante la Signorina l'avrebbe sollevata delicatamente e, preso posto sulla poltrona, l'avrebbe tenuta sulle ginocchia e accarezzandola delicatamente avrebbe cominciato a parlare.
A parlare, come faceva sempre, raccontandole gli ultimi fatti che lei non avrebbe ascoltato, non avendo gli stessi, per un gatto, alcun valore.


La Fattoria di Nonna Papera di Roberta Calegari - P.IVA 03142430135 ... Sito aggiornato il 29 dicembre 2008 | info@lafattoriadinonnapapera.com

Torna ai contenuti | Torna al menu